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Diocesi di M'Baiki - Centrafrica

Diocesi affidata a Mons. Rino Perin

dal 1975 collegato da un ponte di preghiera e solidarietà

con la comunità di Perosa Argentina e non solo

 



L’Ufficio Missionario ha intervistato mons. Rino
in occasione della sua  visita a Pinerolo
per la GMM 2011
 

Vorremmo da Mons. Perin conoscere meglio il suo pensiero e la sua esperienza come uomo e sacerdote impegnato da anni nel 3° mondo e successivamente chiamato al ministero di Vescovo. 

            Cosa le ha dato il Seminario in rapporto alla scelta successivamente fatta di operare in terra di missione con i Comboniani e quale legame resta con la Chiesa di Pinerolo? 

Sono cresciuto a Perosa Argentina, lì ho fatto la mia Prima Comunione e ricevuto il Sacramento della Cresima. Nel seminario di Pinerolo sono cresciuto umanamente e cristianamente ed è maturata gradualmente in me la “vocazione” al sacerdozio e missionaria. Per questo ho scelto di entrare nei Comboniani per prepararmi alla missione. Essendosi la mia famiglia spostata a Pomaretto, sono stato ordinato sacerdote nella Chiesa Parrocchiale di San Nicolao dall' allora Vescovo di Pinerolo Mons. Santo Quadri il 19 Marzo del 1970.

Nella terra in cui sono cresciuto e nella quale vi sono i miei familiari e i miei amici c’è la mia Comunità che mi ha inviato e alla quale ritorno periodicamente come un ritorno alla “sorgente”.

Sono partito come Padre Comboniano per il Centrafrica nel Maggio del 1975.

Anche la Chiesa pinerolese mi ha sempre seguito nel mio cammino: quando sono stato ordinato vescovo in Africa nell’Ottobre del 1995, a Bangui Capitale della Repubblica Centrafricana, uno dei tre consacranti era Mons. Pietro Giachetti, vescovo di Pinerolo, ed era accompagnato da don Luciano Bertinetto, parroco di Perosa Argentina. La parrocchia di Perosa e di Pomaretto mi seguono e mi appoggiano da anni nel mio apostolato.

Non sarei quello che sono senza la Chiesa locale che mi ha cresciuto, preparato e mi continua a sostenere.

             Cosa chiede alla Chiesa locale di Pinerolo? 

La cosa che mi preoccupa maggiormente è constatare che la fede della mia chiesa originaria non suscita più vocazioni! Non è pensabile che chi crede non si ponga il problema di come impegnarsi per trasmettere  agli altri la bellezza di quanto ha ricevuto, conosciuto e vive. E’ la mancanza di Fede profonda e vera che porta al relativismo. Da ciò deriva la confusione e il disorientamento anche dei fedeli, con le conseguenze che constatiamo nella nostra società odierna. 

            I richiami ufficiali “mese missionario” “giornata missionaria” che “posto” e “ruolo” hanno oggi, rispetto a ieri ? E’ presente, è necessaria una visione diversa e quindi un rapporto diverso con questi eventi?

 Il fatto di rinfrescare la memoria sull’urgenza di affrontare il problema della disuguaglianza di benessere che esiste all’interno della comunità umana, giustifica che ci siano momenti particolari di presa di coscienza della realtà.

Bisogna mettere davanti agli occhi di tutti, specie di chi crede, l’anomalia di questa crescita sbilanciata, per cui chi è povero rimane povero e chi può si arricchisce in modo egoistico, dimenticando gli altri. 

            Il termine “missione” negli anni ’60 e oggi 2011: cosa suggerisci perché il linguaggio della Chiesa   abbia maggior chiarezza, anche alla luce della “primavera araba” del nord Africa e di alcuni paesi arabi?

 Mai si è limitato il lavoro missionario alla sola diffusione della fede e alla distribuzione dei sacramenti:

la condizione di povertà e di sofferenza di chi vive nei paesi poveri ha sempre ricevuto attenzione e soccorso da parte di chi è in missione.

Oggi si fa più urgente impostare la nostra azione sull’educazione all’autosufficienza di ogni gruppo e nazione: fermenti di autonomia nella conduzione della propria vita umana e di fede sono presenti nei fedeli con cui lavoro, forse perché meno distratti (almeno in parte!) dalle proposte di vita del mondo benestante.

Restano comunque difficoltà grandi e consolidate di corruzione e di concentramento delle risorse nei grandi centri dove si accumulano più ricchezze, che rendono molto difficile il cammino per rendersi autosufficienti e autonomi per le persone comuni (il lavoro di una giornata dalle 6 alle 13.30  è  pagata € 1.50/2.00, ma il materiale che devi comperare, quasi esclusivamente nella capitale, ha prezzi non proporzionati allo stipendio)

Anche la chiesa locale deve confrontarsi con queste difficoltà e non sempre rimane all’altezza del suo compito: più facile chiedere aiuto, che intraprendere un cammino di responsabilità nel gestire la propria vita in modo responsabile e autonomo. Anche se, un aiuto che non sostituisce la partecipazione locale, resta per il momento ancora necessario e urgente.

Per ora da noi non arriva il contraccolpo della primavera araba e non abbiamo un' importante presenza di islamici. Siamo comunque una piccola porzione di Africa, al momento dimenticata, perché non ancora sottoposta allo sfruttamento estero delle ricchezze naturali, che pur ci sono.

I nostri governi sono in qualche misura legati alla situazione della Libia, perché sono stati aiutati, hanno seguito lo stesso esempio e per ora tacciono: ma la povertà prima o poi porterà il popolo a risvegliarsi e a chiedere un cambiamento nel rispetto della dignità e dei diritti umani spesso misconosciuti. La nostra speranza è che il cambiamento avvenga senza violenza.

Da anni facciamo pressione sui governi perché si assumano le proprie responsabilità e offrano i servizi essenziali ai loro concittadini.

E’ nostro compito come Chiesa dare un esempio di sobrietà, privilegiando interventi che guardino al futuro, ma che non si lascino prendere dalla smania di imitare il mondo del benessere perché sia la Chiesa che il Paese si approprino il ruolo di protagonisti del loro sviluppo umano e cristiano.